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12月15日
Il
Piccolo Popolo delle Janas


Il
popolo delle Janas viveva sui fianchi delle colline, dentro
piccole grotte scavate nella roccia: le domus de janas, che
ancora esistono a centinaia e a migliaia, sparse in tutta la
Sardegna.
Non erano né fate, né streghe, ed erano l'una e l'altra cosa
assieme. Erano donnine piccole come uccelli di campo e,
comunque, non più alte di un palmo. Belle come la luna,
uscivano dalle loro grotte soltanto di notte, per paura che
il sole bruciasse la loro pelle delicata.
Erano venute da paesi lontani e misteriosi, portandosi
appresso immense ricchezze.
Avevano unghie lunghissime d'acciaio, con cui scavavano le
loro casette nella viva roccia; ma avevano anche dita così
sottili e delicate che potevano ferirsi a strappare una
foglia di prezzemolo.
Trascorrevano l'intera giornata a tessere e a ricamare abiti
preziosi di lino e di broccato, trapuntati con fili d'oro e
d'argento. E mentre tessevano, cantavano con voce
meravigliosa , che incantava.
Non uscivano quasi mai dalle loro domus, dove gli oggetti e
le suppellettili avevano le giuste misure per la loro
statura, e solo raramente socializzavano con gli uomini.
Le janas di Montoe, presso Pozzomaggiore, volavano di notte,
silenziose, dentro le case del paese, attraverso le piccole
fessure o le finestrelle semiaperte,e curiosavano tra la
gente addormentata.
Se qualche essere umano gli piaceva, lo chiamavano
bisbigliando il suo nome per tre volte. E se la persona
prescelta si svegliava, la invitavano a seguirle fino alle
loro casette tra le rocce, rischiarando la via con i loro
corpicini luminescenti.
Dentro le case, mostravano agli ospiti fortunati immensi
tesori, che suscitavano stupore e cupidigia. Ma gli uomini
non sapevano che tutte quelle meravigliose ricchezze non
potevano essere sfiorate davanti alle janas, che ne erano
gelosissime, perchè immediatamente oro e gioielli si
tramutavano in cenere e carbone. Nessuno sapeva perchè esse
non parlavano che per impossessarsi del tesoro delle janas
occorreva ritornare nelle minuscole casette sulle colline in
pieno giorno, con in mano un rosario o un oggetto benedetto.
Per questa ragione, a Pozzomaggiore nessuno diventò mai
ricco.
Ma guai a tentare di derubare le janas con la forza e con
l'astuzia ! Ecco che cosa accadde un giorno a un giovanotto
che tentò di portar via un prezioso scialle tessuto con fili
d'oro che le fatine di Funtana Pinta, nei pressi di Siligo,
avevano steso all'aria ad asciugare.
Silenzioso come una volpe, il giovane si avvicinò alle rocce
su cui stava lo scialle e con un velocissimo colpo di mano
lo afferrò, precipitandosi subito dopo lungo il pendio e
correndo a perdifiato fino al luogo in cui aveva lasciato il
suo cavallo . Ma le janas lo aspettavano proprio in quel
punto e lo attaccarono furiose come uno sciame di vespe
impazzite.
L'uomo riuscì ugualmente a montare a cavallo e a partire a
galoppo ; ma le minuscole streghe si attaccarono alla coda
dell'animale e lo pungolarono con ferocia fino a farlo
imbizzarrire .
Così il cavallo disarcionò il suo padrone, che si trovò a tu
per tu con gli occhietti luccicanti delle donnine delle
colline.
Erano occhi terribili, che gli esseri umani non erano in
grado di fissare a lungo, perché si trasformavano in statue
di pietra.
E così infatti avvenne: l'incauto giovanotto fu pietrificato
all'istante e non poté raccontare a nessuno la sua impresa.
Ma ben più terribile era la sorte di chi si imbatteva nelle
"malas janas" di Tonara. Costoro stendevano sotto le loro
grotte un bellissimo velo bianco che ricopriva l'intera
pianura. L'ignaro viandante che si trovava a passare da
quelle parti restava inesorabilmente abbagliato da tanto
splendore e come invischiato in un incantesimo mortale.
Allora il poveretto veniva catturato da un nugolo di nani
malefici , che lo ficcavano in una grande buca sul terreno,
assieme ad altre vittime. E qui giungeva a un certo punto la
"jana maísta" , che succhiava loro tutto il sangue. E una
volta saziatasi di sangue umano, la "jana regina" volava a
rinchiudersi per tre giorni in una grotta, dove partoriva
altre minuscole janas. Per fortuna la malas janas di Tonara
si estinsero molto presto, perchè rimpicciolirono sempre di
più, fino a confondersi con i vermi della terra. Le altre
fate invece durarono più a lungo e vissero in pace e in
armonia con gli esseri umani, almeno fino all'epoca in cui
arrivarono in Sardegna i pisani . Erano tempi in cui il
mondo non conosceva né malizia né cupidigia . Le janas che
vivevano sul Monte Manai, vicino a Macomer, nei giorni di
festa scendevano addirittura in un sito chiamato Sa
Rucchitta per ballare con la gente del paese. E siccome
erano bellissime, gli uomini le invitavano spesso a entrare
"in su ballu tundu" *nel ballo tondo* il cui grande cerchio
danzante occupava quasi tutta la piazzetta.
Un giorno una jana di nome Giula entrò nel ballo e scatenò
al ritmo delle "launeddas", antichissimo strumento musicale
a fiato, passando dall'uno all'altro ballerino leggera e
felice come una farfalla.
Ma a un tratto Giula sentì il richiamo delle sue compagne
che, dall'alto delle domus, la mettevano in guardia:
Giula Giulitta
sos buttones ti chirca.
Giula, Giunone,
chircadi sos buttones .
La danza cessò di colpo. Giula guardò allora il suo corpetto
di velluto e si accorse che i bottoni d'oro filigranato
erano misteriosamente spariti : qualcuno li aveva rubati
In quel momento le janas capirono che l'avidità e la malizia
erano purtroppo apparse anche tra la buona gente di Sardegna
e decisero perciò di sparire per sempre abbandonando le loro
minuscole case sulle colline, che ancora occhieggiano come
finestrelle aperte su un mondo misterioso e ormai perduto.
12月4日
(1) Il Fantasma Della Grotta
Dei Colombi
Una delle più interessanti leggende
cagliaritane riguarda la Grotta dei Colombi situata alle pendici del colle Sant'Elia,
nei pressi della fantastica insenatura di Cala Fighera. Il nome della cavità
che probabilmente è il più grande antro naturale presente in città, trae origine
dai colombi e dai piccioni che ancor oggi, in gran quantità, nidificano all'interno.
Essendo accessibile solo via mare, con l'ausilio di una piccola imbarcazione,
veniva prediletta dai pescatori della zona e in particolar modo dai cacciatori
che andavano a prendere i volatili. E' noto che nel 1800 la grotta è stata evitata
a lungo perché considerata il nascondiglio di uno spettro maligno chiamato Dais.
Il Dais, secondo avvenimenti realmente accaduti e documentati dalla cronaca,
era un uomo che venne assassinato misteriosamente da brutti personaggi che poi,
tra l'ingresso della cavità e l'acqua marina, abbandonarono il corpo sanguinante.
Naturalmente l'anima di colui che perde la vita per morte violenta non può riposare
in pace. Il lugubre lamento della vittima si è perciò fatto sentire a lungo
tra le tenebre dell'antro e le circostanti acque, rievocando così l'assassinio
e incutendo terrore in coloro che dal mare, scorgevano l'ingresso della cavità.
Tuttavia una spietata vendetta è la spiegazione di questo raccapricciante fatto
storico che qualche tempo prima, precisamente tra il 1794 e il 1795, vide lo
stesso Dais uno dei maggiori organizzatori di tumulti popolari che cessarono
con l'uccisione dei Cavalieri Girolamo Pitzolo e Gavino Palliaccio, creduti
dal volgo: "infami traditori".
(2) Il Fantasma Della Grotta
Dei Colombi
Una delle più interessanti leggende
cagliaritane riguarda la Grotta dei Colombi situata alle pendici del colle Sant'Elia,
nei pressi della fantastica insenatura di Cala Fighera. Il nome della cavità
che probabilmente è il più grande antro naturale presente in città, trae origine
dai colombi e dai piccioni che ancor oggi, in gran quantità, nidificano all'interno.
Essendo accessibile solo via mare, con l'ausilio di una piccola imbarcazione,
veniva prediletta dai pescatori della zona e in particolar modo dai cacciatori
che andavano a prendere i volatili. E' noto che nel 1800 la grotta è stata evitata
a lungo perché considerata il nascondiglio di uno spettro maligno chiamato Dais.
Il Dais, secondo avvenimenti realmente accaduti e documentati dalla cronaca,
era un uomo che venne assassinato misteriosamente da brutti personaggi che poi,
tra l'ingresso della cavità e l'acqua marina, abbandonarono il corpo sanguinante.
Naturalmente l'anima di colui che perde la vita per morte violenta non può riposare
in pace. Il lugubre lamento della vittima si è perciò fatto sentire a lungo
tra le tenebre dell'antro e le circostanti acque, rievocando così l'assassinio
e incutendo terrore in coloro che dal mare, scorgevano l'ingresso della cavità.
Tuttavia una spietata vendetta è la spiegazione di questo raccapricciante fatto
storico che qualche tempo prima, precisamente tra il 1794 e il 1795, vide lo
stesso Dais uno dei maggiori organizzatori di tumulti popolari che cessarono
con l'uccisione dei Cavalieri Girolamo Pitzolo e Gavino Palliaccio, creduti
dal volgo: "infami traditori".
(3) Sant'efisio E Le Cisterne
Del Castello
Tra i miracolosi interventi che
fece Sant'Efisio a Cagliari, è da ricordare uno riguardante le cisterne. Narra
la leggenda che il Santo, impegnato a mantenere una solenne promessa fatta a
Dio, si sarebbe mostrato al Viceré comunicando che era stato gettato veleno
nelle cisterne del colle di Castedd 'e Susu. Con questo avviso il governatore
poté evitare pericolose conseguenze ai castellani che fatalmente, avrebbero
bevuto l'acqua avvelenata.
(4) Il Sotterraneo Dei Conventi
In via San Giuseppe, attualmente
riconosciuto come sede staccata del Liceo Artistico Statale, è un grande edificio
che nella seconda metà del 1600 è stato officiato dai Padri Scolopi. Stando
a quanto afferma una vecchia storia, sotto questa costruzione sarebbe presente
un sotterraneo medioevale che giungendo nei pressi di piazza Dettori, avrebbe
avuto l'esclusiva funzione di rendere comunicanti due edifici religiosi. Nota
importante è che nella sede centrale del Liceo Artistico, fino al secolo scorso
noto come "Convento di Santa Teresa" o ex "Casa professa dei Gesuiti", situato
in piazza Dettori, è presente un pozzetto comunicante con un passaggio sotterraneo
il cui sviluppo è impedito da una muratura realizzata recentemente per ovvi
motivi di sicurezza e perché ricettacolo di ratti e scarafaggi. Questa storia
che possiede validi riscontri con la realtà, troverebbe ulteriore conferma nel
fatto che nel piano terreno della sede di via San Giuseppe è possibile scorgere,
dietro cumuli di macerie, gli imbocchi di alcune cisterne e gli ingressi di
sotterranei sconosciuti. Un'altra leggenda che molto probabilmente è stata diffusa
nel secolo scorso, vuole che nel pavimento della "Chiesa di San Giuseppe", inglobata
tra l'edificio scolastico omonimo e la Torre dell'Elefante, sia presente un
passaggio che tramite diverticoli si estende fino ai quartieri bassi, terminando
nel punto in cui sono presenti due sbocchi principali: il primo, sottostante
il Monastero delle Monache Cappuccine o di clausura (via Cima); il secondo,
celato sotto le scale del Portico di Sant'Antonio di Vienna (via Manno).
(5) Sa Strega E Is Funtanasa
Quando venivano ancora utilizzate
le cisterne nelle abitazioni del centro storico, capitava spesso che i bambini
curiosi, forse per vedere cosa c'era all'interno, si avvicinavano negli imbocchi.
I genitori, nel tentativo di scoraggiarli affinché non si sporgessero pericolosamente,
raccontavano tante storie che avevano un protagonista comune noto come "Sa Strega
e is Funtanasa". Quest'essere era una sorta di strega malvagia che dimorando
nella cavità, aveva il compito di mangiare rapidamente i piccini che osavano
guardare, anche se per un istante, l'acqua contenuta all'interno. Contrariamente
alle vecchie credenze cittadine che spesso reputavano queste interessanti cavità
come "posti infernali", tali storie vengono sfatate anche da un particolare
assai curioso che tra breve illustrerò. Nel pozzo d'accesso alle cisterne veniva
appeso un "brutto" pupazzo, tutto vestito di nero. Tale pupazzo, rappresentando
un essere malvagio, forse la strega dei racconti, spaventava i bambini evitando
loro il rischio di cadere dentro le profonde cavità. Spesso, nell'imbocco di
qualche cisterna o nelle vicinanze, a distanza di tanti anni dal loro abbandono
come contenitori idrici, è ancora presente il pupazzo che viene utilizzato come
oggetto ornamentale. Probabilmente accadeva che qualche persona, nel raccontare
quel che aveva osservato oppure quel che aveva sentito dire sui serbatoi sotterranei,
veniva fraintesa da altre, creando di conseguenza una serie di storie che venivano
tramandate in città in modi differenti ma ugualmente interessanti.
(6) Le Fonti Miracolose
Se analizziamo singolarmente le
cavità cittadine scopriremo che contengono una notevole quantità d'acqua che
si è rivelata un elemento chiave per la creazione di superstiziose credenze
popolari. In alcune delle cripte situate sotto le chiese, la presenza del liquido,
anche se minima, è stata e per certi versi viene ancora considerata miracolosa.
Nella Cripta di Sant'Agostino, il cui ingresso è situato al numero 12 del Largo
Carlo Felice, è visibile una polla d'acqua sorgiva alla quale sono stati attribuiti
poteri benefici. Anche nella Cripta di Sant'Avendrace, in un piccolo scavo nel
pavimento, è stata registrata la presenza di acqua salmastra che sarebbe stata
utilizzata dal santo per dissetarsi durante la sua prigionia e per questo motivo
ritenuta dai fedeli "guaritrice dei mali".
(7) s'ingurtidroju (l'inghiottitoio)
Molti pozzi e cavità con sviluppo
verticale venivano chiamate "Ingurtidrojus", ovvero inghiottitoi, perché durante
le piogge consentivano la penetrazione dell'acqua. Evidentemente la fantasia
popolare ha tessuto le sue leggende facendo figurare pozzi, fontane, e nel caso
del colle S. Elia anche gli imbocchi delle cisterne, non solo come inghiottitoi
d'acqua ma di animali e persone. Un'ingurtidroju è situato all'Anfiteatro Romano
di Cagliari, e il suo imbocco è ancora visibile in quanto situato nella gradinata
sottostante viale Sant' Ignazio, posta di fronte all'Ospedale Civile. Citato
nel 1856 nei libri dello scrittore Vittorio Angius, si tratta di un pozzo profondo
una decina di metri, probabilmente scavato in periodo romano per favorire l'areazione
di un cunicolo sottostante, al contrario di quanto affermano alcune leggende
che l'hanno creduto un'opera di Belzebù creata nel terreno per consentire la
caduta di prede: povere vittime dei suoi pasti infernali!
(8) Il Sotterraneo Del Tesoro
Tante vecchie leggende cagliaritane
affermano che in antichità, nel colle Tuvixeddu è stato scavato un antro dove
sono stati custoditi tantissimi oggetti preziosi. Per altre ancora sotto questo
colle che domina i quartieri occidentali della città, è situato un ipogeo nel
cui interno sarebbe presente un simulacro d'oro zecchino che rappresenta un
vitello. Le dicerie vogliono che a Tuvixeddu sia celata l'uscita di un passaggio
sotterraneo che addirittura renderebbe comunicante il quartiere di Sant'Avendrace
con il colle di San Michele e con i quartieri Stampace e Castello.
(9) Un Lungo Passaggio Segreto
Nel corso dei secoli, sul colle
di San Michele sono state scavate tante cave, gallerie e cunicoli. Qualche leggenda
sostiene che nel Forte omonimo, meglio noto come Castello, siano presenti gli
ingressi di alcune cavità che contengono fantastici tesori. Per esser più precisi,
una di queste leggende vuole che nel sottosuolo del colle sia celato un lungo
passaggio segreto conducente al Castello di Sanluri.
(10) Una Grotta Per Le Guarigioni
La Grotta di Santa Restituta,
situata in via Sant'Efisio 14, per secoli è stata considerata un luogo sacro.
La tradizione vuole che in una colonna presente all'interno, sia stata legata
la Santa per poi essere martirizzata nel corso delle spietate persecuzioni Diocleziane.
Oltre che un sotterraneo artificiale dove ha "regnato" la morte, il luogo è
stato ritenuto fino al 1800, una grotta dov'era possibile riacquistare la salute
con lo svolgimento di rituali taumaturgici. In particolar modo i bambini malati,
dopo esser stati condotti all'interno della camera che ancor oggi presenta la
già citata colonna, dovevano sdraiarsi per terra e girare su sé stessi per sollevare
la polvere miracolosa che gli avrebbe liberati dal vaiolo
11月28日

La leggenda di
Castel Doria
 
Interessanti sono le leggende intorno a Castel Doria; e
specialmente quella dell'ultimo principe.
Pare che questo misterioso maniero sia stato edificato
dai Doria verso il 1102, quando cioè i Genovesi
fortificarono tutti i loro possedimenti al nord
dell'isola, e specialmente l'attuale Castel Sardo. Esiste tutt'ora un'alta torre a cinque angoli, di pietre
rettangolari saldate l'un l'altra a cemento. Edificato
su alte rocce poco distanti dalla riva del Coghinas, il
castello godeva di un grande panorama, e verde ai suoi
piedi si stendeva la pianura. La leggenda dice che un
condotto sotterraneo conduceva dal castello alla chiesa di San Giovanni di Viddacuia, sita all'altra riva del
Coghinas, e che questo sotterraneo i Doria lo avessero
scavato semplicemente per recarsi alla messa nei giorni
di festa.
Un marciapiede conduce dalla torre alla Conca di la
muneta, dove, si dice, i Doria battevano denaro. Questa
Conca, a quanto ne ho potuto capire, pare sia una grande
cisterna di una immensa profondità: nel fondo esisteva
una campana d'oro, e i passanti gettavano una pietra,
per farla suonare, talché ora la cisterna è piena in
fondo di pietre, e quindi la campana è invisibile e non
suona più.
Una volta uno, è sempre la leggenda che parla, prima
che le pietre dei curiosi avessero riempito di sassi il
fondo della cisterna, vi scese e trovò una porta che lo
introdusse in quattro stanze sot-terranee, grandi e
misteriose. In una trovò una verga d'oro, ed in un'altra
vide una grande porta di ferro serrata: questa porta
doveva condurre ad altri sotterranei dove i Doria
tenevano nascosti i loro immensi tesori, e dove
battevano moneta, ma l'esploratore non poté neppure
smuovere la porta fer-rea, come nessuno poté aprirla
dopo la morte dell'ultimo castellano. Talché i tesori ci
si trovano ancora!
A ponente poi del castello si dice esistessero altissimi
bastioni, ombreggiati da alberi dove i Doria
passeggiavano nelle ore inerti della loro battagliera
esistenza, e dove le castellane sognavano nelle sere
azzurre profumate dal fieno della pianura e dai giunchi
del melanconico Coghinas.
E tutto questo, il condotto sotterraneo che
attraversando il sotto letto del fiume conduceva a San
Giovanni di Viddacuia, la zecca dalle porte di ferro e
l'alto bastione inalberato, tutto si collega alla
leggenda dell'ultimo principe.
I Galluresi dicono si chiamasse Andrea Doria, e forse è
il forte ammiraglio che nel 1527 riacquistò i
possedimenti occupati dagli Spagnoli, quello che la
leggenda fa morire in modo così strano.Dunque, mentre il principe passava l'inverno nel
castello, una dama, moglie o figlia non so, di un
cavaliere al servizio dei Doria, e abitante nello stesso
maniero, si innamorò perdutamente di Andrea. Ma per
quante moine, per quante appassionate dichiarazioni ella
gli facesse, egli non la volle sen-tire mai, anzi una
volta, infastidito dall'amor suo, per quanto ciò
ripugnasse al di lui carattere caval-leresco e gentile,
la respinse rudemente, minacciando di espellerla dal
castello se non lo lasciava in pace.Arsa dall'amore e dall'odio, dall'umiliazione subita e
dall'amore respinto, la dama si invocò ad una famosa
maga côrsa, che dall'alto delle rocce desolate dominava
le
due isole vicine - la Corsica e la Sardegna - con le
sue magie ed i suoi incantamenti. «Madonna», rispose la
maga, sentita la questione, «io non posso far nulla per
voi.
Il cavaliere è devoto a San Giovanni, e San
Giovanni lo pre-serva dagli incantesimi d'amore. Nessun
filtro e nessuna magia può influire nel suo cuore...
però, Madonna, io posso mettervi in comunicazione con
qualcuno che ne può più di me!...» La dama acconsentì: la maga allora la pose in
corrispondenza col demonio, e il demonio, in cambio
della nobile anima sua, le diede la potenza di
trasformarsi, di fare dei malefizi e delle stre-gonerie. Invasa dallo spirito infernale la innamorata dama tentò
ancora, in ogni modo, di procacciarsi l'a-more d'Andrea Doria: ma San Giovanni preservava il cavaliere dagli
amori colpevoli, e vane riuscirono
quindi le ultime
lusinghe di lei. Allora l'amore si trasformò in odio e
la dama si diede tutta al male e alla perversità. Un
giorno fece cambiare il suo volto in quello di una
vecchia, si vestì da ma-ga e si introdusse nel
sotterraneo che conduceva dal castello alla chiesa.E mentre Doria, con qualche cavaliero di seguito, si
recava alla santa messa, la maga lo fermò e gli disse: «Nobile Messere, mi ha mandato a te San Giovanni di
Viddacuia, per dirti; bada, ti sovrasta una grande
disgrazia! Il giorno che vedrai i campi del Coghinas
ricoperti di cavalli e cavalieri verdi, quel giorno il
tuo castello sarà espugnato e tu con la tua corte sarete
appiccati per la gola su gli spalti di Castel Doria!..».
Ciò detto sparì! Non è a dire quale stupore e qual vaga
paura invadesse l'animo dei cavalieri a ta-le arcana
profezia. Andrea Doria, specialmente, fu colto da una
grande melanconia, ma si fece ani-mo, fortificò il
castello e attese, sicuro di non lasciarsi vincere. Per
ogni caso mandò le chiavi del sotterraneo, che
racchiudeva i tesori, ad una sua sorella abitante in
Genova, e, ridente in Dio e in San Giovanni, aspettò.
La perfida donna, intanto, lavorava lavorava... Venuto
il mese di maggio, allorché i campi del Coghinas erano
coperti di asfodelo e di fieno altissimo, ella compì la
sua magia. In una notte tra-sformò tutti i fusti
dell'asfodelo e i flessuosi gambi del fieno fresco in
tanti cavalli verdi, montati da guerrieri armati di
scudi e di lancie verdi, vestiti da tuniche e da corazze
verdi! Quando all'alba Andrea Doria scese sui bastioni
per aspirare la fresca brezza dell'aurora floreale,
impallidì mortalmen-te.
Egli vedeva!... Vedeva il suo castello assediato da
quell' armata verde, immensa, che si perdeva
nell'orizzonte, e sentiva che fra poco questo immane e
misterioso nemico, venuto all'improvviso da terre ignote senza che i messi e gli araldi spediti in tutte le
corti italiane e straniere perché lo avvisassero se mai
qualche esercito si muoveva, avessero dato nessun
allarme , avrebbe invaso e debellato il suo forte.
E la terribile profezia della maga gli tornava al
pensiero: Sarai appiccato per la gola su gli spalti di Castel Doria!...
Mai! Mai! Mai! Prima sarebbe morto di mano sua! E
infatti, vista la verde armata avanzarsi sempre più
numerosa e minacciosa, il prode Doria si precipitò dal
bastione e morì sfracellato sulle rocce sottostanti! Lui
morto l'esercito verde sparì, e tornò l'asfodelo e tornò
il fieno nei campi del Coghinas. E nella fresca serenità
della azzurra mattina echeggiò un riso diabolico, un
triste riso di anima dannata. Era la dama-maga che
dall'alto del suo ballatoio aveva veduto compiersi la
vendet-ta!...
Saputa la morte del fratello, la sorella di Genova, che
conservava le chiavi dei tesori e della zecca, si
imbarcò per la Sardegna, onde aprire i sotterranei e
trasportare i tesori al Continente, ma in mare fu colta
da una terribile malattia.
Prevedendo la sua morte si fece trasportare in coperta e
all'entrare in agonia gettò le chiavi in mare, con gli
occhi morenti fissi nella fatale e affascinante isola
lontana ove dormiva l'ultimo sonno il suo beneamato e
infelice fratello. Anch'essa morì: sepolta nelle tombe di smeraldo del
Mediterraneo, nessuno seppe più aprire la Conca di la
muneta, e i tesori dei Doria splendono ancora laggiù, nell'ombra del sotterraneo...
Molti anni dopo la morte di Andrea, un pecoraio,
passando una notte vicino a Castel Doria, vide sulla
muraglia del bastione una porta illuminata. Entrò e vide uno splendido negozio, immenso, ri-pieno di tutti i
generi che si possano immaginare: stoffe, tele,
broccati, chincaglierie, mobili meravigliosi, fiori,
marmi, dolci, cristalli, perle ed oro.D'oro c'erano anche grandi statue e lampade accese, e
una bellissima donna, vestita
di veli bianchi e piena
di gioielli, stava dietro il banco di alabastro.
«Piddani
e lassanni» , disse ella al pecoraio, con un dolce
sorriso, additandogli ogni cosa. Ma quell'imbecille,
ricordandosi che aveva molto bisogno di biancheria, non
prese che una pezza di tela e se ne andò. Tornò subito
da sua madre e dai suoi fratelli e raccontò la sua
avventura. L'intera famiglia si avviò la stessa notte a
Castel Doria: videro da lontano l'intensa luce della
muraglia, ma a misura che si avvicinavano la luce sparì.
Arrivati ai piedi del castello videro solo la muraglia
nera e triste nella notte scialba e silenziosa!
Grazia. Deledda

Resti del Castel
Doria
 

11月26日
Atlantide-La città sommersa
Sono secoli che studiosi, filosofi, scienziati e letterati tentano inutilmente di ricollocare il mitico continente di Atlantide nella geografia, interpretando ora Platone ora tutte le leggende mediterranee che ne hanno fatto il proprio fulcro. Di volta in volta l'isola di Santorini, le isole britanniche, le Azzorre e le Canarie
(e recentemente anche l'arcipelago nipponico o le coste turche) sono
stati i luoghi maggiormente indiziati come gli ultimi retaggi del
continente perduto narrato da Platone nel Crizia e nel Timeo.
Protetta da mura circolari di metallo (a cerchi concentrici) e dotata
di grande disponibilità di beni naturali, beneficiata da raccolti tre
volte all'anno e da minerali preziosi del sottosuolo, Atlantide
era una terra promessa situata al di là delle Colonne d'Ercole. Già, ma
dov'erano quelle mitiche colonne 2000 anni fa? Oggi tutti le collocano
a Gibilterra, ma le analisi dei testi
precedenti la nuova geografia di Eratostene dimostrano che c'era molta
confusione su dove piazzare i limiti del mondo quando la geografia non
la facevano ancora i Greci, ma i Fenici e i Cartaginesi, eredi di
quegli antichi popoli del mare di cui si erano perdute le tracce dopo
un avvenimento catastrofico (Atlantide
non si è a un certo punto clamorosamente inabissata?). La geologia dei
fondali del Mediterraneo a questo proposito ha potuto notare che c'è
una sola zona che poteva fungere da confine del mondo conosciuto prima
che i commerci si spingessero più a Occidente, la sola che possedesse
quei fondali insidiosi, e soprattutto limacciosi e costellati di
secche, che gli antichi indicavano come Colonne d'Ercole, il Canale di
Sicilia. Lo stretto di Gibilterra ha fondali profondi più di 300 metri
e non c'è mai stato fango laggiù. Come potevano sbagliarsi i tanti che
avevano chiaramente descritto il canale di mare fra Sicilia e Tunisia?
E se le Colonne d'Ercole erano davvero a largo della Sicilia quando
Platone scriveva, perché Atlantide
avrebbe dovuto essere alle Canarie o, tantomeno, a Sanotrini? I geologi
avevano già escluso da tempo l'isola cicladica per via delle prove
paleomagnetiche: i manufatti in terracotta dell'antica Thera
si comportano come argille naturali in cui i granuli magnetici
normalmente presenti si riorientano parallelamente al campo magnetico
terrestre se riscaldati al di sopra di una certa temperatura (come
quella dei forni in cui venivano cotti o di incendi). Confrontando quei
dati con quelli provenienti dell'eruzione spaventosa di Santorini
(XVI secolo prima di Cristo) si è escluso che la distruzione della
civiltà minoica potesse essere contemporanea ai maremoti conseguenti a
quella catastrofe, dunque, che Atlantide potesse coincidere con la Creta
dei palazzi di Cnosso. Ma al di là di quelle Colonne ora ricollocate
c'è un'isola che ha un clima straordinario capace di dare più raccolti
in un anno, che è ricchissima di metalli e che è stata abitata per
lungo tempo da un popolo che costruiva torri (i nuraghi)
e che forse è fortemente imparentato con gli Etruschi e con i Fenici e
i Cartaginesi. Un'isola che poteva costituire un forziere naturale
molto più vicino della lontana Spagna cui, chissà perchè, dovevano
preferire arrivare i naviganti del Libano e della Libia. Un'isola da
tenere tanto segreta da farla quasi sparire dalle rotte, una specie di
riserva naturale da oscurare nella notte del mito, un'idea di terra
promessa che avrebbe potuto chiamarsi Atlantide.
Quell'isola si chiama Sardegna e numerosi riscontri archeologici mostrano come sia stata repentinamente abbandonata attorno al 1178-1175.
I nuraghi della costa sarda meridionale e occidentale, quelli a quote
basse, sono tutti distrutti, capitozzati, con le grandi pietre gettate
a terra, mentre quelli contemporanei della Sardegna settentrionale sono
ancora oggi in piedi: sono possibili terremoti o maremoti in un'isola
da sempre ritenuta tranquilla da un punto di vista tettonico? La
geologia potrebbe tentare di dare una risposta decisiva attraverso
sondaggi opportunamente collocati nella pianura del Campidano, vicini
ai nuraghi ricoperti da una melma fangosa che ha tutta l'aria di essere
un residuo di un'inodazione, o, addirittura, di un maremoto. In tutto
il mondo le rocce di maremoto (tsunamiti) permettono di riconoscere le
catastrofi del passato: l'ipotesi dell'asteroide che avrebbe causato la
scomparsa dei dinosauri riposa in parte su prove come queste.
Ma se tutto trovasse ulteriori conferme molte idee andrebbero cambiate:
la storia e l'archeologia dell'intero Mediterraneo rischiano di essere
stravolte in una nuova visione del mondo antico la cui origine sarebbe più vicina di quanto pensassimo. 11月14日
La leggenda del golfo degli
Angeli
Gli Angeli, nei tempi lontani, chiesero a Dio un dono. Dio rispose che
avrebbe dato loro in dono una terra dove gli uomini si amavano, si rispettavano,
vivevano felici. " So che esiste questa terra; cercatela, trovatela e sarà
vostra " aveva detto loro.
Gli Angeli obbedirono; scesero dal cielo e si sparsero sulla Terra. Ma ovunque
trovarono cattiverie, guerre odi. Stavano per ritornare, tristi, da Dio Padre,
quando il loro sguardo cadde su una grande isola verde circondata da un mare
tranquillo. Gli Angeli si avvicinarono rapidamente: non rumore di guerre e di
distruzioni, non colonne di fumo si alzavano dalle colline fonte ove brucavano
grandi greggi. E gli uomini aravano i campi non chiusi da segni di proprietà.
Quei primi abitatori della Sardegna, ignari delle ricchezze della loro terra,
discendenti da eroi che avevano fuggito la tirannide e 1' ingiustizia,
trascorrevano la loro vita in semplicità, contenti della pace e della bellezza
dei luoghi.
Gli Angeli salirono felici in Cielo. Riferirono al Signore ciò che avevano
visto . -e Iddio mantenne la promessa. Gli Angeli, quindi, ridiscesero ancora
sull'isola, e rimasero specialmente incantati davanti al grande golfo che si
apriva, come un immenso fiore turchese, all'estremo limite meridionale della
loro terra. Decisero, dunque. di stabilirsi lì: in quell'arco di mare così
azzurro e bello che ricordava il Paradiso. Presto, però, Lucifero, invidioso di
quegli Angeli felici, cercò di seminare, fra di essi, lotte e discordie, e
siccome non vi riuscì tento di scacciare gli Angeli da quel loro secondo
Paradiso. Lottarono a lungo le forze del Bene e quelle del Male sulle scatenate
acque del golfo. Ed ecco che alla fine, tra il lampeggiare delle folgori del
demonio si levò in alto la spada scintillante dell'Arcangelo Gabriele.
Fu il segno decisivo della vittoria Lucifero stesso fu sbalzato dal suo cavallo
nero, dalle narici di fuoco. Allora prese la sella e, in un impeto di collera
violenta, la lanciò nel Golfo, formando un promontorio che poi venne chiamato
" La Sella del Diavolo ". Sotto di esso, trovarono dapprima rifugio le
pacifiche navi fenicie, poi quelle di guerra dei Cartaginesi. Poi quelle dei
Romani, dei Vandali e dei Bizantini. In seguito quelle dei Pisani, dei Genovesi
e degli Spagnoli. Ed infine, quelle degli Inglesi, dei Francesi e degli
Americani. Così, oggi, gli Angeli se ne sono andati dal loro golfo incantato e
lo guardano dall'alto, discendendovi, talvolta, lievi e silenziosi, all'oll'ora
del tramonto, quando il cielo si colora d'oro e di porpora.
  11月13日
Il fuoco agli uomini
In
Sardegna, nel Logudoro, si racconta questa bella leggenda.
Una volta, al mondo, non c'era il fuoco. Gli uomini avevano freddo ed
andarono da Sant'Antonio, che stava nel deserto, a pregarlo che facesse
qualcosa per loro. Sant'Antonio ebbe compassione e siccome il fuoco era
all'inferno, decise di andare a prenderlo...
Col suo porchetto e col suo bastone di férula, Sant’ Antonio si
presentò, dunque, alla porta dell’inferno e bussò: - Apritemi! Ho
freddo e mi voglio riscaldare. I diavoli alla porta videro subito che
quello non era un peccatore, ma un Santo e dissero: - No. no! T’abbiamo
riconosciuto! Non ti apriamo. Se vuoi lasciamo entrare il porchetto, ma
te no.
E così il porchetto entrò. Cari miei, appena dentro si mise a
scorrazzare con una tale furia da mettere lo scompiglio ovunque, tanto
che i diavoli, ad un certo punto, non ne poterono proprio più. Finirono
perciò per rivolgersi al Santo, che era rimasto fuori dalla porta. -
Quel tuo porco maledetto ci mette tutto in disordine! Vientelo a
riprendere. Sant’Antonio entrò nell’ inferno, toccò il porchetto col
suo bastone e quello se ne stette subito quieto. - Visto che ci sono, -
disse Sant’Antonio, - mi siedo un momento per scaldarmi. E si sedette
su un sacco di sughero, proprio sul passaggio dei diavoli. Infatti,
ogni tanto, davanti a lui passava un diavolo di corsa.
E Sant’Antonio,col suo bastone di fèrula, giù una legnata sulla
schiena! Ad un certo punto i diavoli, arrabbiati, esclamarono: - Questi
scherzi non ci piacciono. Adesso ti bruciamo il bastone. Infatti lo
presero e ne fìccarono la punta tra le fiamme. Il porco, in quel
momento, ricominciò a buttare all’aria tutto: cataste di legna, uncini,
torce e tridenti. E i diavoli avevano un bel da fare a mettere a posto.
Non ci riuscivano e non riuscivano neppure ad acchiappare quel..,
diavolo di porchetto. - Se volete che lo faccia star buono, - disse
Sant’Antonio, - dovete ridarmi il mio bastone. Glielo diedero ed il
porchetto stette subito buono. Ma il bastone era di fèrula ed il legno
di fèrula ha il midollo spugnoso. Se una scintilla entra nel midollo
questo continua a bruciare di nascosto, senza che di fuori si veda.
Così i diavoli non s’accorsero che Sant’Antonio aveva il fuoco nel
bastone. Il Santo col suo bastone se ne uscì ed i diavoli tirarono un
sospiro di sollievo. Appena fu fuori, Sant’Antonio alzò il bastone con
la punta infuocata e la girò intorno, facendo volare le scintille, come
dando la benedizione. E cantò: - Fuoco, fuoco, per ogni loco; per tutto
il mondo fuoco giocondo!
Da quel momento, con grande contentezza degli uomini, ci fu il fuoco sulla Terra e Sant’Antonio tornò nel suo deserto a pregare.
11月11日
Sa sùrbile
I racconti e le leggende della lontana Sardegna sono spesso ricchi di streghe e spiriti, il cui scopo era incutere terrore.
Tanto tempo fa in Sardegna vivevano delle donne bruttissime. Portavano
i capelli spettinati, le unghie lunghe e sporche e il corpo peloso come
una scimmia. Erano le sùrbile. Qualcuna di esse portava persino una
grande croce pelosa sulla schiena .
Queste donne possedevano un potere particolare: erano in grado di
trasformarsi in un agile gatto oppure in mosca, capace di volare.
Chiunque poteva diventare sùrbile.
Bastava fare un patto col diavolo, essere settima figlia oppure nascere nella mezzanotte di Natale.
Tutti
temevano le sùrbile perchè erano streghe che si sentivano possedute
dall'impellente desiderio di succhiare il sangue dei neonati.
Si trasformavano in gatte e quatte quatte si avvicinavano al bimbo prescelto.
Fortunatamente di solito le mamme erano attente e come delle belve
difendevano i loro piccoli. Talvolta le ferivano con degli spiedi
oppure mozzavano una zampa col coltello. E tutte le volte che erano
sconfitte si portavano la menomazione nel loro aspetto umano. Così
spesso erano riconoscibili proprio perchè si ritrovavano senza una mano
e con un occhio rovinato dallo spiedo arroventato.
Ma le donne del tempo scoprirono presto come liberarsi dalla sùrbile.
Bastava far indossare al bimbo un capo al rovescio, oppure gettare in
aria un copricapo.
Forse proprio perchè sconfitte con sempre maggior frequenza, le sùrbile
si sono allontanate e dissolte per sempre nella notte dei tempi.
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